Le chiavi di casa
< Torna alla sezione scrittura Josip è divertente. E' la mia guida in questo viaggio attraverso l'odio.
- Non puoi procedere oltre - mi aveva detto ieri spuntantando da un chioschetto che dava sulla strada che stavo percorrendo - non senza di me almeno.
Io ero rimasto li, un po stupito
- Ci conosciamo forse?
Lui strofina velocemente la mano sui i denim logor.
Lla lustra, la guarda, me la porge.
- Josip, piacere.
Parla un italiano orribile, con un accento fortissimo, poche parole, quanto basta per farmi intendere che lui sa che tipo di passaporto ho in tasca, poi torna al bosniaco
- Che c'è?! Voi italiani non salutate?
- Scusami - dico, mentre stringo la sua mano forzuta - comunque grazie, non credo di aver bisogno di una guida
- Se davvero non vuoi una guida devi fare dietro front, lo sai cosa c'è dietro quella collina?
Sono spiazzato, chi è questo tizio? che cosa vuole? Non ha l'aria di un delinquentte ma c'è qualcosa nel suo aspetto che mi allerta.
Il paradiso! - esclama lui - il maledetto paradiso, il più bel regalo che Dio abbia fatto a ciò che è rimasto di questo angolo di mondo martoriato dalle tese di cazzo. Ma non è così facile entrare sai.
Ed è così, che Josip mi spiega la sua teoria del paradiso , che qui si chiama federazione e non c'è bisogno di vivere una vita onesta e casta ma basta conoscere le persone giuste, avere la valuta giusta per pagare il doganiere giusto.
Lui, a sua detta, è una di quelle persone giuste e io ho un maledetto bisogno di entrare in paradiso.
- Dieci marchi e arrivi a destinazione, ovunque essa sia.
Io sorrido all'idea che questo tizio sia saltato fuori dal nulla. Era una specie di tassista forse.
- Per me va bene
- Allora partiamo
Mentre carico lo zaino sul sedile posteriore della golf impolverata di Josip lui accende una sigaretta
- Sai, credo che in questo paese almeno metà delle macchine in circolazione siano wolkswagen golf, la seconda seria
- Per qualche strana ragione questi cazzo di golf vanno avanti con qualsiasi cosa tu gli metta nel serbatoio. Olio di colza, butano, propano, piscio, qualsiasi cosa.Il che ha avuto la sua importanza durante la guerra. Durante il conflitto sentivi dire spesso “litar krvi vasi litar nafte”. Insomma, un litro di benzina costava quanto un litro di sangue.
Lui sogghigna mentre chiudo la portiera posteriore arruginita con forza.
- Le facevano a Sarajevo, le assemblavano li. Le golf dico, per tutto il mercato europeo.
- Perdonami, non mi sono presentato. Mi chiamo Emir.
Lui annuisce
- Lo vedi? Dove credi di andare con un nome del genere? Sei bosgnacco vero?
In questo posto la religione è un argomento spigoloso. Bosgnacco, indica un credo prima ancora di una nazionalità
- Bosniaco - gli dico
- Non aver paura, Io sono bosgnacco e lo sei anche tu, certo che si. Il tuo nome parla chiaro. Anche se hai questo dannato accento da Diaspora.
Il motore fa fatica ad avvviarsi, al terzo tentativo parte, lui non sembra sorpreso.
Prima di ingranare la marcia mi guarda per qualche istante, come per studiarmi.
- C'è qualcosa che dovrei sapere prima di partire? Insomma, porti con te qualcosa che potrebbe farmi passare dei guai?
- Ti riferisci alla droga?
Lui sorride.
- Ma quale cazzo di droga, se i doganieri ne vogliono tre quarti sono solo affari tuoi , mi riferisco ad armi, questo tipo di cose capisci? O cose che potrebbero farci brillare nel caso di un incidente. Con questi catorci non si sa mai.
Per qualche istane penso a quale bolgia sto andando incontro, ho il vago sentore che quella di Josip sia una domanda motivata.
- Ma quali armi, porca puttana, ti sembro un guerrigliero?
Lui scuote la testa ridendo, facendo cadere quella lieve tensione.
- No, sembri uno di quei tizi europei che dieci anni fa indossava i gilet con su ataccato del nastro adesivo di colori sgargianti in modo da comporre la scritta “press” e camminava a piede libero per Sarajevo durante l'assedio equipaggiato di macchine fotografiche e videocamere fino ai denti con l'idea che a nessuno verrà in mente di sparargli nel culo o derubarlo per potersi comprare il pane - lui ride – poveri stronzi.
Resto in silenzio, aspetto di partire.
- Devi scusarmi sai - dice lui mentre la macchina sta accelerando sulla strada sterrata - sono domande che devo fare, tantopiù a voi italiani. Senza offesa, ma voi mangiaspaghetti siete pazzi da legare. Insomma, siete il meglio, non c'è dubbio. Ma è per questo che fate soltanto il peggio vero??
- Io sono bosniaco
- Lo so , lo so, ma per questa gente sei un mangiaspaghetti, capisci? In italia sei lo straniero? E qui è uguale. Non aspettarti troppe cortesie da queste persone. Purtroppo siamo entrambi rappresentanti della diaspora. Sono stato in Germania per diversi anni, dopo la guerra, ero un soldato ma tpoco importa, nel momento in cui metti piede fuori dal confine sei etichettato a vita come quello che ha preso e se n'è andato, lasciando questo paese al suo destino.
Si ferma un attimo, con la mano apre il portaoggetti davanti alle mie ginocchia, ne estrae una fiaschetta metallica, facendo attenziona alla strada la apre con i denti, sputa il tapo sul sedile posteriore, ne prende un gran sorso, si asciuga la bocca con il braccio
- Sai , a me non piacciono molto le politiche della comunità europea. Voi guardate qui e vedete il blocco sovietico no?. E' vero, qui il muro di berlino non è mai caduto ma accidenti, quando guardo l'europa vedo quelli che con le loro tasse, durante questa guerra pagavano un pilota automatico per sganciare qualche bomba su qualche obiettivo militare. Ma bravi, così il prezzo del legname per i vostri mobili di lusso smetteva di lievitare per qualche settimana. Sai, qui chi combatteva per salvare il proprio culo o quello della propria famiglia non aveva nessun pilota automatico a proteggere i propri interessi a migliaia di chilometri di distanza. Cazzo, qui i soldati non avevano neanche una fottuta divisa.
Resto piacevolmente sorpreso dalla semplicità di Josip, niente questioni di etichetta con lui, niente galateo. Nell'abitacolo si propaga velocemente quell'odore di Slivovica casareccia, distillata in qualche buco chissadove.
- Ne vuoi un sorso? - mi dice lui porgendomi il fiaschetto.
Faccio cenno di no.
- Anche questa costava quanto”litar krvi”; - continua lui - 40 marchi, riesci a crederci? Sono circa 20 euro accidenti e parlo di 15 anni fa
- E un bene di prima di necessità vero?
- So a cosa ti riferisci, ma cosa credi? Che il latte per i neonati avesse un prezzo acessibile ? O i medicinali? O i beni di prima necessita, quelli veri dico! Qualcosa come 50 marchi per un litro di latte in polvere dal miglior offerente
- Aiuti umanitiri?
Lui scoppia a ridere
- Erano quegli gli aiuti umanitari maledizione. Partecipare a una di quelle distribuzioni gratuite in occasione di qualche reportage era come vincere la lotteria. L' UNPROFOR l'ha fatta veramente grossa in questo delirio.
Lui sorridere, poco prima di riesumare il suo italiano sgangherato e dire qualcosa di completamente inaspettato
- “Anche il lupo allorché capita affamato in una mandria, non pensa a riempirsi il ventre, e sgozza dalla rabbia” , ecco cosa è successo in questa guerra, a un certo punto nessuno capiva più nulla, eravamo tutti in balia dei nostri stupidi cuori nazionalisti, della nostra voglia di vendetta. L' UNPROFOR era li per evitare tutto questo, o quantomeno per cercare di contenere questa follia. Ha preferito venderci, chiudere gli occhi davanti al genocidio della nostra gente. Non esisteva nessuna zona sicura, è una leggenda. Srebrenica doveva esserlo, riesci a crederci? Il mondo è rimasto shockato dall'olocausto, rimane il ricordo, ci si è ripromessi che mai più qualcosa del genere sarebbe accaduto. A Srebrenica si è consumata la più grande strage da cinquantanni a questa parte, oltre 10.000 persone tra uomoni, donne e bambini. Per non parlare delle torture o dei stupri di massa. Chiediamo alla comunità internazionale quanti di loro vogliono istituire una giornata del ricordo per Srebrenica e tutte le altre stragi.
Le parole di Josip stupiscono forse più delle parole citate del Verga, le sue sembrano un grido di dolore, gli sono uscite, si è fatto prendere la mano per poi fermarsi di colpo, aspettare una mia impressione, rafreddare il sangue.
- Ti piace la letteratura italiana?
Lui sembra sollevato dal fatto che ho deciso di allegerire la nostra conversazione
- Sono laureato in lettere e filosofia - dice lui, mentre prende un altro sorso di Slivovica
Lo guardo, sorrido all'idea di questo buzzurro seduto ad una scrivania in mogano. Qui la gente è così calda, aperta, ma se provi a spingerti troppo in la nel loro cuore trovi il muro. La loro sicurezza è una farsa, come il ruggito di un Leone, o un gorilla che si batte il petto. Se il muro crolla torna a galla il ricordo e socccombi al suo orrore.
Molta di questa gente ha combattuto con ogni mezzo, c'è chi si è nascosto nei scantinati per mesi. Tutto questo per aggrapparsi fortemente alla vita, per la paura di morire ma quando tutto questo è finito si sono visti addosso la paura di vivere, di guardarsi allo specchio e capire cosa si era diventati.
La guerra ha cambiato tutto, dal primo giorno.
Io, avanzo tra i balcani su una vecchia golf scassata guidata da un visionario alcolizzato immersi in chiacchere senza senso.
Ce da dire però che questa terra, nonostante nella sua storia molti stati esteri, ma in primo luogo i suoi stessi abitanti, abbiano fatto del loro meglio per trasformarla in uno scenario apocalittico resta un luogo fantastico.
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